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Roberto Mola
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Importanza della fotografia nella nostra epoca
(di Sergio Magni)
Uno dei linguaggi maggiormente utilizzati dagli uomini, fin dai tempi più lontani della storia,
è quello delle immagini. Ma come erano realizzate le immagini dei nostri
antenati? Una serie di
trattini (zampe, testa e coda) per dire "animale", tré linee ondulate per dire "mare", un cerchietto
per dire "sole". A ben pensarci, un utilizzo di segni finalizzato a esprimere il "concetto" di animale,
mare e sole; cioè il tipico modo di esprimersi del linguaggio concettuale per eccellenza: il linguaggio
delle parole.
Sono passati i secoli, e oggi l'uomo utilizza in modo ben più massiccio il linguaggio delle immagini:
immagini "normali" (la pittura, il disegno) e immagini "tecniche"; Possiamo correttamente definire
"tecniche" le immagini prodotte da macchine opportunamente costruite e predisposte. Le immagini così
ottenute, autonomamente espressive, sono assai diverse da quelle del passato. L'odierna immagine
tecnica - nel nostro caso, la fotografia - riproduce i contorni visibili delle cose. I segni antichi
rappresentavano invece i contorni di una immagine mentale, patrimonio di conoscenza del suo autore.
Un tempo, tré linee curve per esprimere il concetto di mare o sei trattini per dire animale;
oggi, i faraglioni che abitano il mare blu di Capri ("quel" mare) o il musetto allegro del cagnolino
che abbaia nell'appartamento accanto al mio ("quel" cane).
Le immagini tecniche della nostra epoca si presentano allora come prevalentemente informative
("l'ho osservato in fotografia", "l'ho visto in televisione"); ma proprio qui nasce un problema
da non sottovalutare. L'immagine fotografica è certamente informativa, ma fino a un certo punto.
Infatti, tra la realtà che sta per essere rappresentata e coloro che poi ne osserveranno la
rappresentazione, ci sta proprio la fotografia, che di fatto de-forma (nel senso di formare di nuovo)
la conoscenza della realtà che intende far conoscere. Le deformazioni dipendono dalla natura
tecnica dell'immagine: scelta del bianco e nero o del colore, punto di ripresa, angolo di ripresa,
isolamento del soggetto, resa prospettica, profondità della "zona nitida", capacità di rendere
l'idea del movimento.
Ma questi limiti informativi - ecco il passaggio determinante - aumentano in modo straordinario
le capacità espressive della fotografia. In altre parole, i fattori tecnici che variano e riducono
l'informazione sono potenti strumenti espressivi nelle mani di chi comunica con l'immagine. Ecco
allora che la fotografia non solo e non tanto rappresenta, ma "esprime", e proprio per il fatto di
rappresentare le cose in un "certo modo" scelto dal suo autore. Chi osserverà la foto metterà
a confronto il "concetto" della cosa fotografata con la appresentazione realizzata dal fotografo;
e questo confronto, evidenziando le differenze, porterà a comprendere i motivi delle scelte
operate dal fotografo, e quindi - se le scelte sono state fatte al fine di esprimere - i significati
della fotografia.
Difficile? Forse non proprio facile, ma la "colpa" è della fotografia, di questo linguaggio un po'
strano che principalmente esprime per il "come" rappresenta e non per il "cosa" rappresenta. In
definitiva, noi crediamo di venire informati, ma di fatto riceviamo idee. Il guaio è che, a volte,
non accorgendoci di riceverle, le scambiamo per informazioni e quindi per "verità".
I mass media utilizzano moltissimo la fotografia (da sola o in combinazione con parole); siamo
sicuri che lo fanno per "informarci" e non per "formarci" a un modo di pensare di loro gradimento?
E, ancora più importante, siamo sicuri di non lasciarci "formare" senza neppure rendercene conto?
Queste considerazioni un po' teoriche hanno lo scopo di farci riflettere: è arrivato il tempo in cui
la fotografia non va più considerata come un mezzo espressivo di soli valori estetici o di
pseudo-artisticità, una specie di omaggio al concetto che tutto in fotografia deve apparire
comunque "bello": anche un bimbo che piange, una vecchietta sulla porta di casa, un giovane
costretto a chiedermi l'elemosina perché non trova lavoro.
La fotografia è un linguaggio che abbraccia un campo espressivo vastissimo: fotografia come scienza,
documentazione, segno credibile di un passato, attenzione per il presente, monito per il futuro;
come ricerca grafica, come stimolo concettuale, come arte. Ma affinchè questo vasto campo espressivo
risulti veramente utile all'uomo, è indispensabile che la fotografia sia fatta, letta, capita e
valutata in un corretto contesto di linguaggio. E linguaggio - al di fuori di ogni dubbio -
vuoi dire un insieme di segni atto a comunicare, cioè a "fare comune".
Ci si può divertire con il computer o in altri modi (ci mancherebbe altro) a cambiare le forme,
i colori, le situazioni reali; e si possono più che lodevolmente proporre immagini realizzate
con la più libera creatività e fantasia. Ma è necessario che le intenzioni degli autori siano
chiaramente portate alla conoscenza dei lettori (anche attraverso titoli coerenti, didascalie,
annotazioni), così da rendere possibile una lettura corretta.
Per non mettere tutto in dubbio, per mantenere autorevolezza a un linguaggio importante, per
evitare che le informazioni contenute nella macrofotografia di un cristallo siano scambiate per
un gioco di colori, per evitare - al contrario - che operazioni di tipo estetico su fiori o insetti
siano considerate sotto un aspetto scientifico, per evitare di attribuire valore sociale all'immagine
di un bimbo "trasportato" a mezzo computer in una grotta desolata o tra i grattacieli di una
metropoli, per evitare di attribuire valori prevalentemente artistici all'immagine di un uomo che muore.
Ci dicono gli esperti che 1'80 delle nozioni che abbiamo immagazzinato come patrimonio di conoscenze
è derivato da immagini viste; pensate che guaio - oggi per noi, domani per figli e nipoti - se
queste immagini le avessimo capite male.
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A cura del Cangiallo Fotoclub
Roma Italy
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